Acufene e stress cattivi compagni

[VIDEO] Acufene e stress, cattivi compagni

Acufene e stress sono spesso associati in un circolo vizioso da cui pare non esserci via d’uscita. L’acufene provoca stress, lo stress aumenta la percezione dell’acufene, in un loop che troppo spesso sembra non avere fine per i soggetti affetti dal fischio incessante. Un supporto psicologico può essere un valido aiuto per tenere sotto controllo l’acufene e per imparare le tecniche di rilassamento che permettono di associare l’acufene, non a un segnale di allarme, ma a un suono neutro.

Come nasce l’acufene?

Ma partiamo dall’inizio, capendo come si scatena l’acufene e come possiamo tenerlo sotto controllo. Innanzitutto è bene sapere che l’acufene non è una malattia, ma un sintomo che nella maggior parte dei casi provoca stress e che in soggetti psicologicamente fragili, può sfociare in una psicopatologia. Il sistema limbico, la parte inconscia del cervello, rileva un suono interno che interpreta come nuovo, potenzialmente pericoloso, e lo categorizza con un valore generalmente negativo.

A questo punto il cervello attiva le risposte neurofisiologiche che possono essere funzionali, cioè positive perché aiutano a identificare il problema e porvi rimedio, oppure disfunzionali, cioè negative perché il cervello continua a combatterlo in un loop dove la percezione dell’acufene chiama attenzione e l’attenzione chiama maggiore percezione dell’acufene, in un circolo vizioso senza vie d’uscita. Se a questa sensazione si aggiungono situazioni psicologicamente fragili, il problema peggiora ulteriormente.

Sganciare l’acufene dal messaggio di allarme

L’approccio terapeutico all’acufene è dunque quello di favorire la dissociazione tra acufene e messaggio di allarme e di creare una nuova associazione tra acufene e suono neutro. Questo si attua tramite la TRT (Tinnitus Retraining Therapy) che prevede, da una parte, l’arricchimento sonoro erogato da piccolissimi generatori su misura e, dall’altra, un supporto psicologico, volto alla gestione dell’acufene. Il sistema nervoso, grazie alla sua plasticità, favorisce questo adattamento che può essere appreso in circa tre mesi.

I pazienti sono stimolati a imparare i metodi con cui creare questa dissociazione favorita dall’arricchimento sonoro che può essere erogato in maniera continuativa, anche durante la notte. Nella minoranza dei casi in cui invece ci sono delle complicazioni psicologiche (ansia, depressione, ecc.), queste devono essere trattate per via farmacologica perché possono essere da ostacolo nel percorso terapeutico.

Una volta creato questo nuovo collegamento tra acufene e neutralità, la sua percezione è modificata. Viene trasformato in un segnale non degno di nota, spezzando il circolo vizioso. L’attenzione è dunque libera di spostarsi su altro e l’acufene viene di fatto dimenticato.

Le fasi del percorso

Il supporto psicoterapeutico prevede un primo incontro introduttivo all’acufene, alla sua percezione e alle reazioni prodotte. Si esegue anche un’anamnesi per identificare eventuali fragilità psicologiche o psicopatologiche. Negli incontri successivi si propongono ai pazienti i metodi per aiutarli nella dissociazione tra acufene e reazione negativa. Infine si insegna ai pazienti l’abilità a rimanere rilassati durante l’ascolto dell’acufene fino a percepirlo come un segnale neutro e dunque dimenticarlo.

Già nei primi tre mesi di terapia i risultati testimoniano l’abbandono della percezione negativa, in un percorso che porta i pazienti a dimenticarsi totalmente dell’acufene.

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