Articoli

Misurare lo stress causato dall’acufene. Il metodo del cortisolo

Il dottor Jackson, professore associato di psicologia presso la Trinity University di Leeds, in Inghilterra, ha condotto uno studio pilota per misurare la concentrazione del cortisolo nelle persone affette da acufene. Il suo studio, effettuato su campioni di saliva prelevati al mattino, ha dimostrato che le persone con un alto livello di sofferenza causato dall’acufene hanno anche un andamento piatto dei livelli di cortisolo durante il giorno. Questo potrebbe aprire la strada allo sviluppo di nuove metodologie per lo studio e la cura dell’acufene.

Cos’è il cortisolo e come si produce

In una condizione di stress, l’amigdala invia un segnale all’ipotalamo, il quale attiva il Sistema Nervoso Simpatico che determina il rilascio di catecolamine, come l’adrenalina, da parte della componente midollare del surrene. Questa risposta determina un immediato aumento della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca, della sudorazione, della frequenza respiratoria e dei livelli di glucosio nel sangue. Se il corpo continua a percepire lo stimolo stressante come una minaccia, l’ipotalamo attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con il conseguente rilascio di cortisolo da parte della zona fascicolata della componente corticale del surrene, che consente al corpo di mantenere un elevato stato di allerta.

Il cortisolo svolge, pertanto, un’importante funzione di controllo della risposta adattativa allo stress, regolando i livelli ematici di glucosio, le risposte infiammatorie e la pressione sanguigna.

Lo studio del dott. Jackson

Il dott. Jackson ha affermato che “il momento del risveglio è quello in cui si secernono le più alte concentrazioni di ormoni dello stress, in particolare di cortisolo, per la preoccupazione del giorno che si ha di fronte, e volevo studiare il meccanismo che lo produce.”

“In generale, il cortisolo viene secreto al risveglio e raggiunge il picco dopo circa 40 minuti. I livelli poi ridiscendono durante il giorno e sono quasi nulli a mezzanotte, quando ci si addormenta e si è totalmente scarichi di energia. L’andamento del cortisolo diurno può fornire importanti indicazioni sullo stato di stress di un individuo. Se si secerne troppo cortisolo già al mattino questo è indicazione di un forte stato di stress, ma se al contrario il livello di cortisolo è troppo basso significa che si è già raggiunta la fase di ‘burnout’, vale a dire che si è ansiosi/ stressati da così tanto tempo che il corpo ha “chiuso il rubinetto” per un meccanismo di protezione. Avere alti livelli di cortisolo nel sistema per troppo tempo è, infatti, molto dannoso.”

Alti livelli di cortisolo, per prima cosa, possono indicare condizioni come l’anoressia o il disordine ossessivo-compulsivo, e livelli bassi possono indicare patologie come la depressione, il dolore cronico e la sindrome da affaticamento cronico.”

La mia ricerca ha esaminato l’effetto dell’acufene sull’andamento mattutino del cortisolo e ho ipotizzato che avrebbe avuto caratteristiche in comune con condizioni come il dolore cronico. È stato un piccolo studio ma posso concludere che i soggetti affetti da acufene con gravi difficoltà hanno una curva piatta del ciclo diurno del cortisolo. In questi pazienti, incapaci di rilassarsi, sottoposti a forti stress emotivi, l’organismo ha bloccato la produzione di cortisolo. Ciò suggerisce alcuni elementi importanti. In primo luogo, che l’acufene cronico ha effetti fisiologici reali, in secondo luogo, che se possiamo misurare il disagio, possiamo anche misurare l’efficacia di qualsiasi terapia.”

Il dott. Jackson ha infine aggiunto: “Sono entusiasta di ciò che abbiamo scoperto. Essere in grado di distinguere tra gli individui più in difficoltà e quelli che si sono adattati in modo più efficace o che hanno imparato a convivere con l’acufene sarebbe un grande vantaggio. Possiamo dividere le persone in due gruppi e avere una misura obiettiva e fisiologica del fatto che una terapia abbia funzionato e abbia anche aumentato il benessere.”

“L’evidenza di un cambiamento fisiologico fa sì che l’acufene sia qualcosa di più di un semplice fastidio. È presto, però, per trarre delle conclusioni, a causa delle dimensioni ridotte del mio studio. È necessario un finanziamento per uno studio molto più ampio in grado di replicare questi risultati in un campione più esteso.”


Fonti:
asha.org
tinnitus.org.uk

Bloccare la neuroinfiammazione per spegnere l’acufene

La perdita dell’udito è uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza di acufene, iperacusia e disturbi dell’elaborazione uditiva centrale. Uno studio dell’Università dell’Arizona condotto dal prof. Shaowen Bao ha esaminato la neuroinfiammazione che caratterizza la corteccia uditiva dei roditori con perdita uditiva indotta da rumore, e il suo possibile ruolo nella comparsa dell’acufene. I risultati dello studio indicano che curare la neuroinfiammazione induce risultati positivi sulla percezione dell’acufene.

Uno studio dell’università dell’Arizona

Shaowen Bao, professore associato di fisiologia presso il College of Medicine dell’Università dell’Arizona a Tucson, e i suoi colleghi stanno sperimentando nuovi trattamenti per l’acufene, aventi come target l’infiammazione cerebrale.

La neuroinfiammazione è la risposta del sistema nervoso centrale a insulti esterni e interni, come infezioni, lesioni, malattie, attività neuronale anomala. L’ascolto di rumori forti nel tempo può danneggiare permanentemente l’udito. Studi recenti indicano che la perdita dell’udito indotta da rumore provoca infiammazione lungo le vie uditive centrali. Bao e i suoi colleghi hanno esaminato la neuroinfiammazione nella corteccia uditiva del cervello come conseguenza della perdita dell’udito indotta da rumore e il ruolo che essa svolge nell’acufene.

La loro ricerca ha mostrato che i topi con perdita dell’udito indotta da rumore (in anestesia) avevano livelli elevati di molecole chiamate citochine proinfiammatorie e l’attivazione di cellule non neuronali chiamate microglia, due caratteristiche distintive delle risposte neuroinfiammatorie, nella corteccia uditiva primaria nel cervello. La microglia svolge un importante ruolo nello sviluppo, nella maturazione, nella plasticità e nell’invecchiamento dei neuroni. Le citochine proinfiammatorie modulano, inoltre, funzioni neuronali come la trasmissione sinaptica, la plasticità e l’eccitabilità di membrana.

La ricerca ha anche dimostrato che il fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-α), una citochina coinvolta nell’infiammazione sistemica, è necessario per l’insorgenza di neuroinfiammazione indotta da rumore. Diversi tipi di cellule del sistema nervoso centrale possono sintetizzare il TNF-α, tra cui la microglia, i neuroni e gli astrociti. Quando i ricercatori hanno usato un farmaco per bloccare il TNF-α, i topi non hanno più mostrato segni di acufene.

Bao ha iniziato a esaminare il ruolo del TNF-α nell’acufene già nel 2011, presso l’Università della California a Berkley. “Le cause dell’acufene sono molteplici, ma poiché sono coinvolti molti fattori in parallelo, potremmo bloccarne uno, ma poi dovremmo bloccarne un altro, quindi un altro ancora“, ha detto Bao. “La neuroinfiammazione sembra essere coinvolta in molti di questi fattori. Speriamo che il blocco della neuroinfiammazione ci dia maggiori possibilità di bloccarli tutti, eliminando così l’acufene.

I risultati suggeriscono che la neuroinfiammazione può essere un bersaglio terapeutico per il trattamento dell’acufene e di altri disturbi correlati alla perdita dell’udito. “Abbiamo ancora molto lavoro da fare per confermare il meccanismo collegato all’insorgenza dell’acufene e determinare se i risultati siano trasferibili anche agli esseri umani“, ha dichiarato Bao. “Sebbene promettente, abbiamo ancora molta strada da fare dalla ricerca alla cura definitiva.”


Fonti:
plos.org
uanews.arizona.edu

La neurostimolazione per la cura dell’acufene

La neuromodulazione è una terapia per l’acufene ancora in fase di sperimentazione che consiste nella stimolazione nervosa del cervello per modificare la percezione dell’acufene.

Le sperimentazioni condotte finora hanno preso in esame diverse metodologie: 

  • la stimolazione magnetica transcranica (TMS Transcranial Magnetic Stimulation), che consiste nella stimolazione della corteccia cerebrale attraverso l’applicazione di un campo magnetico, al fine di indurre delle modificazioni a livello delle aree attivate dall’acufene. Si tratta di una terapia indolore e non invasiva, che si è rivelata utile soprattutto in pazienti affetti da patologie neuro-psichiatriche, in particolar modo in alcune forme di depressione cronica;
  • la stimolazione in corrente continua, che si effettua posizionando due elettrodi sul cranio che generano una scarica elettrica a bassa intensità che attraversa il cervello. I risultati di questa metodologia sono limitati e non consentono di verificarne la sua validità;
  • la stimolazione del nervo vago tramite l’impianto di elettrodi nel cranio. Questa tecnica ha lo svantaggio di essere estremamente invasiva, poiché prevede un intervento di neurochirurgia al cervello. La scarsità di dati registrati non permette, inoltre, di verificarne la sua efficacia.

Di recente l’azienda irlandese Neuromod ha messo a punto uno strumento bimodale che combina la stimolazione elettrica, attraverso un elettrodo che eroga corrente a bassa intensità da appoggiare sulla lingua, a una stimolazione acustica attraverso cuffie che trasmettono suoni a varie intensità. L’associazione delle due stimolazioni, che devono essere effettuate dai 30 ai 60 minuti ogni giorno, per un periodo di almeno 10 settimane, sembrerebbe dare risultati positivi in termini di riduzione del disagio provocato dell’acufene.

Va però specificato che la metodologia è di fatto ancora in via di sperimentazione. Neuromod ha portato i primi risultati in agosto al Congresso Mondiale IAPL a Taipei presentati dal prof. Berthold Langguth, del Dipartimento di Psichiatria e Psicoterapia dell’Università di Ratisbona.

I pazienti presi in esame avevano un’età compresa tra 18 e 70 anni, soffrivano di acufene cronico da almeno 3 mesi e fino a 5 anni e con un punteggio THI variabile da 26 a 76. Il THI (Tinnitus Handicap Inventory) è un questionario soggettivo utilizzato per misurare il livello di disagio che l’acufene provoca nella vita quotidiana. Punteggi da 38 a 76 rivelano un grado di acufene da moderato a severo (terzo e quarto grado) con elevata dose di stress.

I risultati dopo dodici mesi dall’inizio del trattamento hanno riportato una diminuzione tra i 7 e 15 punti del questionario THI. I pazienti sottoposti a sperimentazione sono stati invitati a compilare i questionari prima e dopo la terapia. Al termine del percorso hanno rivelato una diminuzione del disagio provocato dall’acufene, anche se di lieve entità. La comunità scientifica internazionale ritiene, infatti, che una terapia efficace per l’acufene dovrebbe portare a una diminuzione di almeno 20 punti del questionario THI, risultati raggiunti, ad esempio, dalla terapia TRT.

La terapia di Neuromod ha il vantaggio di essere una tecnica non invasiva, ma presenta alcuni limiti: è a oggi disponibile solo in Irlanda, i costi del dispositivo (elettrodo e cuffie) sono ancora abbastanza elevati, ci sono pochissimi studi in letteratura e non si conoscono i risultati nel lungo periodo di osservazione.


Approfondimenti >> Bi-modal stimulation in the treatment of tinnitus: a study protocol for an exploratory trial to optimise stimulation parameters and patient subtyping

[VIDEO] La visita per l’acufene

Una corretta diagnosi dell’acufene è fondamentale per poter individuare la causa e dunque la terapia. Si inizia con l’anamnesi ovvero la storia del paziente e l’esame obiettivo. Si passa poi agli esami strumentali: audiometria tonale e vocale (facoltativa), la timpanometria e lo studio del riflesso stapediale, l’acufenometria, le otoemissioni acustiche e infine i potenziali evocati uditivi, esame anch’esso facoltativo. Completano la visita eventuali indagini per immagini come TAC e RNM.

Calminax, la soluzione definitiva per l’acufene esiste davvero?

Calminax è un integratore alimentare a base di zinco, ginkgo biloba e magnesio, venduto esclusivamente on-line che ha del miracoloso. Promette di eliminare efficacemente l’acufene, di ricostruire rapidamente il sistema uditivo, di migliorare l’udito fino all’85%, di fermare la progressiva perdita dell’udito, di migliorare la memoria e la concentrazione e di assicurare un sonno lungo e rilassante.

Basterebbero queste poche righe per capire che è difficile esista un’unica soluzione per tutti questi disturbi, ma altri elementi forniscono qualche indizio in più.

False testimonianze e falsi medici

È noto che le testimonianze positive di chi ha provato un prodotto sono la chiave per infondere fiducia, credibilità e incrementare le vendite. E così sono diverse le testimonianze di Calminax da parte dei clienti entusiasti che hanno utilizzato il prodotto, ma basta fare una banale ricerca per immagini su Google per svelare l’inganno.

Marilena da Grosseto di 65 anni non è altro che una modella, le cui foto si trovano in rete in differenti articoli sulle acconciature di tendenza per capelli grigi e corti.

O ancora Mattia, 27 anni, diventa Mátyás sul sito ungherese, Marciel sul sito portoghese, e Mathieu sul sito francese.

E infine Andrea 63 anni non è altro che il soggetto ritratto in una banca dati immagini di persone anziane.

Anche i medici che presentano Calminax come prodotto innovativo e risolutivo per i propri pazienti sono inesistenti. Non esiste il dott. Saverio Gramellini, specialista in otorinolaringoiatria da 25 anni, che all’occorrenza diventa il dott. Kopcsánszky József, o Pedro Costa o ancora Pierre Anse. Basterebbe solo il fatto che a un’unica foto corrispondono diversi nominativi di medici a fugarne ogni dubbio sulla reale esistenza, ma una semplice ricerca su Google non rivela alcuna traccia di nessuno di questi medici con ventennale esperienza. E se questo non bastasse, sul Portale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri è possibile fare una ricerca anagrafica dei Medici per verificare l’iscrizione ai relativi albi professionali.

Nessuna ricerca scientifica

Sul sito di Calminax si legge:

“La ricerca, condotta su persone di oltre 40 anni di età, da scienziati della Stanford University, hanno dimostrato che la terapia con Calminax ha un effetto positivo sulla memoria a breve e lungo termine.”

“I suoi effetti benefici sull’udito sono stati confermati da approfonditi test di laboratorio ed audiologici.”

Un prodotto talmente innovativo, dai molteplici risvolti benefici dichiarati, quanto meno dovrebbe essere stato oggetto di ricerca e sperimentazione, ma nei database di raccolta di articoli scientifici a livello internazionale come Medline o Google Scholar non esiste alcuna ricerca sul prodotto in questione, tantomeno condotta dalla Stanford University.

“I creatori di Calminax sono stati nominati per i Pharmacy Business Awards di quest’anno!”

Il solo fatto che non viene dichiarato l’anno della candidatura rende la notizia sospetta e ovviamente cercando sul sito Pharmacy Business Awards, che esiste realmente, non c’è traccia di alcuna candidatura né per quest’anno né per gli anni precedenti.

Azienda produttrice irrintracciabile

La casa produttrice di Calminax è la Revita Pharm, azienda fantasma con sede a un non ben precisato indirizzo di Gibilterra. Il sito dell’azienda non fornisce numeri di telefono, indirizzi email di contatto e non contiene un’informativa sulla privacy e un numero di partita iva italiano o internazionale. Il prodotto e l’azienda non sono presenti negli elenchi del Ministero della Salute.

Siti fantasma e pop up promozionali

Calminax ha una fitta rete di siti che lo sponsorizzano, lo promuovono, lo recensiscono, ma per nessuno di questi è rintracciabile un proprietario del sito, un numero di telefono, un riferimento, un piccolo dettaglio che permetta di risalire a chi ha acquistato e gestisce il dominio. Spesso questi siti sono registrati a Panama, dove la giurisdizione permette l’anonimato. Tutto questo è verificabile tramite whois, servizio che consente di risalire al nominativo di chi ha registrato un dominio, se questo è disponibile.

Inoltre spesso questi siti sono invasi da pop-up promozionali che promettono sconti e offerte imperdibili.

Non esistono farmaci o integratori per la cura dell’acufene

La prima vera ragione per cui non credere all’efficacia di Calminax è che la ricerca scientifica non ha validato ad oggi alcun farmaco o integratore per la cura dell’acufene. La letteratura scientifica è ricca di sperimentazioni e ricerche, ma nessuna di queste è ancora riuscita a trovare una cura farmacologica per l’acufene. E anche in merito agli integratori, in particolare al Ginkgo Biloba, gli studi condotti hanno dimostrato che il suo effetto sull’acufene è equiparabile a quello di un placebo.

Le 10 cose da fare non appena compare l’acufene

1. Non aspettare

Non appena vi accorgete che qualcosa non va, quando percepite uno strano ronzio, un fischio nell’orecchio che prima non sentivate il consiglio è quello di consultare immediatamente uno specialista in acufeni. Prima si agisce, prima si ha la possibilità di trovare una terapia adatta ad attenuare o risolvere l’acufene. Non bisogna invece allarmarsi se si avverte un leggero fischio nell’orecchio quando si è in totale silenzio, ad esempio di notte o in ambienti particolarmente silenziosi.

Il 92% di persone giovani e con udito perfetto, se poste in una stanza isolata acusticamente, ha modo di sentire il suono tipico dell’acufene. Ognuno nel silenzio può rilevare l’attività elettrica del cervello. Questo fenomeno è del tutto normale e non deve destare preoccupazione.

2. Non cercare la soluzione su internet

Il primo impulso quando si ha un dolore anomalo, mai sentito prima, è quello di cercare una soluzione su Internet. Se questo è sconsigliato in generale per qualsiasi patologia, lo è ancora di più per l’acufene. In rete si trovano, da un lato, testimonianze disperate sull’incurabilità dell’acufene e dall’altro sedicenti guaritori che propongono rimedi inefficaci o addirittura dannosi dall’olio bio all’amaro svedese.

3. Consultare uno specialista in acufene

Il consiglio è sempre quello di rivolgersi a un centro specializzato nella cura dell’acufene. Non ne esistono molti sul territorio nazionale, ma senza dubbio sono le strutture più preparate per poter affrontare con competenza il problema.

La struttura adatta va scelta in base agli anni di esperienza nella cura dell’acufene e al team multidisciplinare che la compone, che deve comprendere medici audiologi, otorinolaringoiatri, audiometristi, audioprotesisti e anche psicoterapeuti. Solo una struttura con esperienza è in grado di trattare con professionalità il paziente, partendo da una visita approfondita che non prevede solo esami di routine, eseguibili in qualsiasi studio otorinolaringoiatrico, ma deve essere completata da indagini specifiche come audiometria tonale ad alta frequenza, acufenometria, timpanometria, studio del riflesso stapediale, otoemissioni acustiche ad alta definizione oltre ad eventuali approfondimenti diagnostici prescritti in fase di visita audiologica.

4. Non spaventarsi

Un fischio all’interno della propria testa, inascoltabile dalle persone che vi circondano è interpretato spesso con un segnale di pericolo, sintomo di malattia grave. È spesso qualcosa di inspiegabile, di poco conosciuto e il paziente affetto da acufene viene assalito da un senso di ansia e grave preoccupazione. È invece importante cercare di non allarmarsi, mantenere uno stato di calma per non aumentare l’ansia che potrebbe ulteriormente accrescere la percezione dell’acufene. Rivolgersi immediatamente a uno specialista può essere utile per comprendere il problema e procedere a una terapia.

5. Cercare la causa

Cercare di ricordarsi i fatti non appena si percepisce un suono diverso dal solito, può essere importante. Ricordarsi cosa è successo il giorno prima, se ci sono stati dei cambiamenti nello stile di vita, nelle abitudini, se è successo un fatto traumatico, sono tasselli importanti per risalire alla causa scatenante dell’acufene. Queste sono informazioni utili da trasferire allo specialista nel corso della prima visita audiologica.

5. Non ricorrere a cure fai da te

Non esistono farmaci per la cura dell’acufene e anche la medicina alternativa e gli integratori non forniscono soluzioni risolutive. È quindi inutile tentare soluzioni farmacologiche, senza prescrizione medica con il rischio di assumere sostanze dannose per il proprio organismo. In caso di presenza di stati si ansia o di depressione associati all’acufene è bene rivolgersi ad uno specialista, psicologo psicoterapeuta.

7. Seguire uno stile di vita sano

Se uno stile di vita sano è in generale consigliato per il benessere psicofisico dell’organismo, lo è maggiormente per chi soffre di acufene. Seguire una dieta sana, ricca di frutta e verdura, ridurre il consumo di sale e mantenere un buono stato di idratazione non farà scomparire l’acufene, ma potrebbe aiutare a tenerlo sotto controllo.

8. Ridurre ansia e stress

Ansia e stress sono spesso associati all’acufene, in un circolo vizioso che porta all’acutizzarsi del sintomo. Cercare di mantenerli sotto controllo anche con tecniche varie di meditazione e rilassamento può giovare alla riduzione della percezione dell’acufene.

9. Non fare esami inutili

Si pensa spesso che l’acufene sia sintomo di una malattia grave, perciò si tende a fare qualsiasi esame alla ricerca della causa. Soltanto uno specialista, con comprovata esperienza nella cura dell’acufene, dopo un’accurata visita consiglia gli esami necessari, evitando di sottoporre il paziente ad esami costosi e magari invasivi.

10. Non pensare che l’acufene sia incurabile

Quando si dice acufene, si dice anche che non esiste una cura. Se è vero che ad oggi non esiste una cura farmacologica per farlo scomparire, esistono efficaci terapie che possono annullare o ridurre considerevolmente la percezione dell’acufene. Innanzitutto va identificata la causa con una visita specialistica a seguito della quale viene prescritta una terapia. La più accredita a livello internazionale è ad oggi la TRT (Tinnitus Retraing Therapy) ovvero un percorso che attraverso l’erogazione di suoni bianchi porta il cervello a riabituarsi all’acufene fino a considerarlo un suono neutro e dunque non degno di attenzione.

La terapia dura alcuni mesi ed è affiancata da un counseling psicologico che aiuta ad affrontare l’acufene. La TRT ha una percentuale di successo nell’80% dei casi, comprovata da studi medico-scientifici a livello internazionale.

[VIDEO] I dieci vero o falso sull’acufene

È vero che all’acufene non c’è cura? È vero che tutti soffrono di acufene? Tutti i vero o falso sull’acufene e i falsi miti spiegati dal dott. Fiorenzo Bertoletti, otorinolaringoiatra.

[VIDEO] I dieci consigli per chi soffre di acufene

Cosa bisogna fare quando ci si accorge di soffrire di acufene? Quale sono gli stili di vita e le buone abitudini che possono aiutare a tenere sotto controllo l’acufene? Abbiamo chiesto al dott. Crocetti, psicologo e alla dott.ssa Baracca, audiologa, di darci dieci consigli per chi soffre di acufene. Ecco cosa ci hanno risposto.


L’amaro svedese, panacea per tutti i mali, cura anche l’acufene?

L’amaro svedese è un’antica preparazione a base di erbe in infusione alcolica. Ne esistono diverse ricette, ma la più famosa è quella tramandata dell’erborista austriaca Maria Treben nel secolo scorso.

La ricetta dell’amaro svedese

Si racconta che l’antica ricetta sia stata scoperta addirittura da Paracelso, medico, alchimista svizzero vissuto nel XVI secolo. Due medici svedesi il dottor Urban Hjarne e il dottor Claus Samst, la ripresero circa un secolo dopo da cui appunto deriva il nome di “amaro svedese”. Si racconta che il dott. Claus Samst sia morto addirittura a 104 anni e la sua longevità sia in gran parte attribuita proprio al preparato di erbe di cui faceva uso.

In tempi più recenti l’amaro è stato reso popolare dall’erborista austriaca Maria Treben, vissuta nel Novecento che ha descritto i benefici del preparato di erbe nel suo libro “La salute della farmacia del Signore”, divenuto un best seller internazionale. La ricetta originale di Maria Treben prevede l’uso di erbe come aloe, senna, zafferano, mirra, zedoaria, carlina, manna, rabarbaro, canfora, teriaca veneziana, angelica e mallo di noce, lasciate macerare in soluzione alcolica.

L’amaro svedese può essere somministrato sia per uso interno che per uso esterno. È consigliato come rimedio per diversi disturbi gastrointestinali e affezioni delle vie respiratorie.

Chi è Maria Treben

Maria, nata in Cecolsovacchia nel 1907, sposò nel 1939 l’ingegnare austriaco Ernst Gottfried Treben. Si racconta che il suo interesse per le erbe medicinali sia la conseguenza di una malattia che la colpì nel 1947. Maria Treben si trovava in un campo di concentramento a Wülzburg (Baviera) a seguito dell’espulsione dei tedeschi dalla Cecoslovacchia, dove contrasse il tifo. A causa della carenza di medicinali in tempo di guerra, Maria Treben assunse un preparato a base di erbe che migliorò immediatamente la sua condizione. Questa esperienza chiave la portò a dedicarsi all’erboristeria.

I suoi studi non sono stati però privi di critiche sia per le sue raccomandazioni di piante per il trattamento di malattie gravi per il cancro, la cui efficacia non è dimostrata, sia per l’inesattezza di alcuni termini tecnici utilizzati.

L’effetto dell’amaro svedese sull’acufene

Sebbene infusi di piante ed erbe aromatiche possano portare un giovamento per alcune malattie, non vi è alcun effetto benefico provato dell’amaro svedese per la cura dell’acufene, né per uso interno, né per uso esterno.

Un goccio di amaro può essere la piacevole conclusione di un pasto speciale e può favorire in alcuni casi la digestione anche se quello svedese è particolarmente amaro. Ben diverso è attribuire a un amaro virtù guaritrici per tutti i mali, acufene compreso. Questa pare essere l’ennesima fake news distribuita ad arte da chi ha interessi commerciali, a un pubblico di persone sofferenti, spesso disperate e per questo più facilmente condizionabili e che rimangono intrappolate nella rete delle false notizie.

Riconoscere una fake news a volte non è facile, specie se è supportata da commenti positivi in suo favore, ma approfondendo la notizia e navigando su siti attendibili si può facilmente risalire alla verità.

Approfondimenti: www.starbene.it

[VIDEO] Acufene e psicofarmaci

L’acufene è spesso associato a stati di ansia e depressione e dunque non è raro che vengano prescritti psicofarmaci, ansiolitici e sedativi. Vediamo la relazione che questi farmaci hanno con l’acufene e con la sua percezione. Ne abbiamo parlato con il dott. Paolo Enrico, neurofarmacologo dell’Università di Sassari.