Articoli

Affrontare l’acufene: tutto quello che devi sapere

A chi non è capitato di sentire un fastidioso fischio nelle orecchie dopo una notte in discoteca o un concerto rock? In genere tutto si risolve con una buona notte di sonno. Ma quando quel fischio diventa incessante e sempre presente nella testa allora si parla di acufene. L’acufene può comparire per varie cause. Per l’esposizione a rumori forti, a seguito di un periodo di stress, per un trauma o per altri motivi ancora.

Chi soffre di acufene è spesso pervaso da un senso di frustrazione e dalla rassegnazione di dover convivere con il fischio fantasma tutta la vita. Ma se è vero che non esistono farmaci per la cura dell’acufene è altrettanto vero che esistono terapie realmente efficaci che possono sensibilmente attenuare o addirittura ‘spegnere’ l’acufene.

NON ESISTE CURA FARMACOLOGICA

Quando si dice acufene si dice che non esiste una cura. Ma sarebbe più corretto dire che non c’è una cura farmacologica, vale a dire che non esiste un farmaco in grado di far sparire i fischi nelle orecchie. La ricerca scientifica 1 è concorde su questa affermazione e anche se on-line si trovano decine di prodotti che promettono la cura dell’acufene e nonostante qualche medico prescriva farmaci e integratori, questi non hanno alcun effetto validato sull’acufene.

In alcuni casi vengono prescritti trattamenti farmacologici come interventi a breve termine, che possono includere sonniferi per l’insonnia, antidepressivi e farmaci ansiolitici per ridurre lo stress e la paura che accompagnano l’acufene. È bene chiarire che questi non sono prodotti volti a ridurre in maniera diretta il sintomo ma a curare lo stato psicofisico generale del paziente. Alla sommistrazione di questi farmaci si ottiene generalmente una diminuita percezione dell’acufene come conseguenza di un maggiore rilassamento e diminuzione dello stato di stress che nell’acufene ha una componente importante.

Anche vitamine e integratori non hanno alcun effetto benefico sull’acufene. Sono state fatte numerose ricerche e la bibliografia scientifica è ricca di pubblicazioni 2 3 4 sull’uso di integratori, rimedi naturali per l’acufene, tra cui il ginkgo biloba, ampiamente citato, ma nessuno di questi si è dimostrato efficace nel ridurre l’acufene.

I RIMEDI ON-LINE

L’autodiagnosi tramite consulto dei sintomi on-line è diventata prassi tanto diffusa quanto pericolosa tra i navigatori del web. La disinformazione corre su internet facendo leva sulla paura e sulla disperazione.

Riconoscere false notizie non è difficile. Spesso sono costruite ad arte facendo leva sull’emotività, ma analizzandole razionalmente possono essere smontate un pezzo alla volta. I medici, le aziende promotrici e persino i pazienti che consigliano rimedi miracolosi sono spesso profili falsi. Basta una veloce ricerca su Google per verificarlo.

Anche affidarsi a consigli di altri pazienti in gruppi o forum non è consigliabile. L’acufene è un sintomo, non una patologia, a eziologia multifattoriale. Ogni acufene è differente e porta con sé una componente psicologica soggettiva e la sua diagnosi deve essere fatta esclusivamente da uno specialista.

Anche con questo obiettivo sono nate le nostre pagine sul web, per combattere la disinformazione in rete e dare notizie corrette, obiettive a cura di medici e professionisti, con un linguaggio comprensibile anche a chi non ha conoscenze scientifiche.

Le terapie efficaci

Ma dunque davvero con l’acufene si deve convivere per sempre? Per fortuna la risposta è no. Sebbene non esista una cura farmacologica esistono terapie validate con numerosi casi studio che ne comprovano l’efficacia.

Tra queste quella c’è la terapia del suono o più correttamente TRT (Tinnitus Retraining Therapy) che consiste nell’erogazione costante di un rumore bianco tramite diffusori posti dietro l’orecchio. Questa terapia si basa sulla plasticità del cervello e sulla sua capacità di adattamento. Abbinata al supporto di uno psicoterapeuta per la gestione dell’acufene, questa terapia abitua il cervello a riconsiderare il fischio fantasma con un suono ‘normale’ e non come un segnale d’allarme. La terapia può avere una durata variabile da 6 mesi a un anno.

La TRT è la terapia più accreditata a livello internazionale per la cura dell’acufene con percentuali di successo che si aggirano attorno all’80% 5 , testimoniato da un vasto numero di pubblicazioni scientifiche. Il metodo è stato teorizzato dal prof. Pawel Jastreboff già agli inizi degli anni ’90 e da allora ha avuto rilevanti applicazioni.

La TRT è una terapia che deve essere prescritta da uno specialista ed eseguita con regolari controlli e sedute di counseling. Ascoltare rumori bianchi da diverse fonti – video Youtube, diffusori di suoni, ecc– non produce gli stessi effetti, soprattutto sul lungo periodo.

A CHI RIVOLGERSI

Non appena compare l’acufene i pazienti riferiscono reazioni differenti. Dalla sottovalutazione del sintomo nella convinzione che sparisca da solo a stati di ansia per l’incapacità di comprendere il fenomeno e la paura di patologie gravi. Il paziente si sente spesso incompreso e non riesce a spiegare ciò che succede.

Per questo il primo contatto con un medico generico o uno specialista viene rimandato per molti mesi, a volte anni. Il medico di famiglia vi indirizzerà verso uno specialista per una visita otorinolaringoiatrica. Se non vengono evidenziate altre patologia la risposta di routine è che all’acufene non c’è cura e l’unica soluzione è quella di conviverci.

Agire subito e identificare il centro specializzato sono invece le chiavi per poter risolvere i problemi di acufene ed evitare inutili perdite di tempo. Il fattore tempo è cruciale per poter risalire alla causa che è all’origine dell’acufene. Altrettanto fondamentale è rivolgersi a un centro specializzato in grado di fare una visita completa ed esami strumentali specifici mirati a supporto di una diagnosi puntuale e questionari per la valutazione del livello di stress.

Un centro specializzato nella cura dell’acufene è composto da un team multidisciplinare in grado di affrontare tutte le implicazioni dell’acufene, da quelle mediche a quelle psicologiche e in grado di seguire il paziente in tutte le fasi della visita dagli esami audiometrici al consiglio di protesi acustiche. Scegliete centri specializzati che possano assicurare la presenza di medici audiologi, otorinolaringoiatri, psicologi, audiometristi e audio protesisti.


Note

1 Matthew B. Patterson1 and Ben J. Balough1,2. Review of Pharmacological Therapy for Tinnitus. International Tinnitus Journal, Vol. 12, No. 2, 149–160 2006)

2 (Quidel Kramer F1, Ortigoza Á2. Ginkgo biloba for the treatment of tinnitus. Medwave. 2018 Oct 17;18(6):e7295;

3 Polanski JF1, Soares AD2, de Mendonça Cruz OL3. Antioxidant therapy in the elderly with tinnitus. Braz J Otorhinolaryngol. 2016 May-Jun;82(3):269-74;

4 Coelho C1, Tyler R1, Ji H1, Rojas-Roncancio E1, Witt S1, Tao P1, Jun HJ1, Wang TC1, Hansen MR1, Gantz BJ1. Survey on the Effectiveness of Dietary Supplements to Treat Tinnitus. Am J Audiol. 2016 Sep 1;25(3):184-205)

5 Bauer CA1, Berry JL1, Brozoski TJ1. The effect of tinnitus retraining therapy on chronic tinnitus: A controlled trial. Laryngoscope Investig Otolaryngol. 2017 May 28;2(4):166-177


Cover foto creata da rawpixel.com – it.freepik.com

Acufene e ansia ai tempi del Coronavirus

Questo articolo è rivolto a coloro che soffrono per acufene, o con acufene. In particolare modo rivolge l’attenzione alla significativa componente, subentrata d’impatto, relativa al rischio globale di salute dovuto alla pandemia.

Abbiamo probabilmente già sentito parlare di pandemia, un fenomeno di malattia che si diffonde su scala mondiale. Lo abbiamo collocato fino a poche settimane fa lontano, nel tempo e nei luoghi: a Milano nel ‘600 raccontato anche da Manzoni nei Promessi sposi, il recente rischio ebola nel continente africano e il coronavirus in Cina. Nel momento in cui il fenomeno ha varcato le porte di casa le nostre percezioni e le nostre reazioni sono cambiate. Abbiamo sentito il pericolo serpeggiare e poi presentarsi vicino, il fiato sul collo. Così sono cambiati i nostri comportamenti, le nostre valutazioni di rischio, il senso del pericolo, ognuno secondo le proprie inclinazioni e secondo quanto siamo stati toccati più o meno direttamente da tale virus. Per la prima volta i mezzi di comunicazione si sono misurati questo tipo di argomento, affacciandosi con la loro infinita mole nel bene e nel male. La comunicazione arriva copiosa, il problema di arrivare nelle case per orientarsi nei comportamenti è presto risolto. Ora il problema è selezionare le notizie attendibili, saperle poi raccogliere nella misura utile. Una nuova competenza cui peraltro non eravamo mediamente ben abilitati già in precedenza. Ne deriva il rischio di inutili o persino dannose suggestioni.

Qui non vogliamo offrire soluzioni, tantomeno sul piano dell’argomento COVID-19, di cui persino i virologi sono al contemporaneo orientamento essendo la malattia da scoprire nel dettaglio dei suoi funzionamenti. E altresì non vogliamo offrire ricette di benessere con la pretesa rendano risolto e tantomeno festoso questo periodo. L’obiettivo è quello di offrirvi un contributo serio, basato su conoscenze relative ai vissuti emotivi e comportamentali, coniugando le nostre esperienze con persone con acufene.

Sono dai pazienti sovente note le correlazioni tra stress ed acufene. Già in un lavoro di alcuni anni fa da noi pubblicato, e affiancandosi ad altre evidenze scientifiche, abbiamo rilevato in oltre un terzo delle persone con acufene un correlato di ansia significativa, nonché correlazioni con sintomatologia depressiva. E si aggiunge in direzione circolare che un incremento dell’ansia altera le percezioni, nel senso di amplificarle. Semplicemente, come sopportiamo in diversa misura le strilla di un vicino (di casa, in spiaggia, del coniuge, di un bambino al ristorante…) secondo il nostro stato emotivo (siamo arrabbiati o stiamo festeggiando la laurea del figlio, la sospirata pensione…), così accade spesso circa la percezione dell’acufene, con l’aggiunta delle peculiarità di una percezione interna.

Ne deriva che la gestione delle risposte ansiose è tema centrale in ambito acufene. La seconda premessa che indichiamo consiste nei fattori stressogeni peculiari di questo periodo: paura di ammalarsi, paura di morire di COVID 19, isolamento sociale, stretto contatto domestico h.24,  rinuncia ad abitudini, difficoltà di gestirne di nuove, noia piuttosto che verticale incremento di impegni nuovi o addirittura urgenti per esempio nelle professioni di salute.

La psicologia dell’emergenza ha esperienze relative alle dinamiche di tali fenomeni, che agiscono in maniera differente sui soggetti coinvolti (in funzione dell’età, delle patologie preesistenti, dell’essere vittima diretta o vicini alle vittime, di essere nel ruolo di soccorritori, di essere già psicologicamente in un periodo di equilibrio delicato) e in momenti diversi del fenomeno (attesa, fase acuta, post acuta, riadattamento a nuovi stili e freni per la ripresa di quelli precedenti). Questi adattamenti possono essere ben realizzati dai soggetti, oppure possono stentare fino a manifestarsi con quadri di sofferenza psicologica. I più diffusi posso essere casi di Disturbo Post Traumatico da Stress, Disturbo dell’Adattamento, esacerbazioni di sintomi caratteristici del Disturbo Ossessivo Compulsivo, dipendenza da notizie, Fobie Specifiche come quelle per le malattie o per lo sporco, per gli spazi aperti (Agorafobia) quando torneremo a potervi accedere con crescente libertà.

Beninteso, l’opinione è che l’acufene non sia fattore di rischio diretto da correlare con lo sviluppo dei disagi provocati da questa situazione di emergenza. Ma essendo una fattore potenziale di stress e quindi chiamando risorse perché sia gestito, l’arrivo di altri fattori stressogeni può rendere l’ammontare certamente più complesso e talvolta più oneroso. Ne deriva un’attenzione rimarcata sul piano dei metodi di gestione psicologica dell’acufene già regolarmente attivi e basati su evidenza di efficacia .

La gestione dei fattori peculiari del periodo

Riflettiamo sul fatto che il nostro cervello rimane rilassato se l’ambiente, interno o esterno, rimane in equilibrio (omeostasi). Per inciso, l’acufene può essere concepito anche come perturbatore di equilibrio, essendo questo identificato naturalmente come silenzio dei rumori interni e temporaneità di quelli esterni. Un fenomeno che turba l’equilibrio viene istintivamente rilevato, ci orientiamo per fronteggiarlo e risolverlo, e gioiamo riuscendoci piuttosto che rattristandoci fallendo nella soluzione, per poi rilassarci qualora perveniamo a una vera accettazione del cambiamento subito.

Ne deriva che una proficua gestione di questo periodo consiste nel mantenere il più possibile le abitudini precedenti: da quelle fisiologiche come i ritmi circadiani del sonno veglia e dell’alimentazione, a quelle apprese come orari di lavoro o di impegni domestici e di svago. Il cambiamento è certo e richiede adattamento. La quota del cambio di stile beneficia di capacità di accettazione, sagacia di cogliere l’opportunità di abbandonare abitudini tossiche mantenute anche per anni (dipendenza da lavoro, vortice dei ritmi che subivamo, povertà di socialità gratificante in sé piuttosto che strumentale ad obiettivi…), prontezza di attivarne di nuove.

Risultano opportune tra le novità da introdurre sia attività finalizzate, cioè nelle quali tappa dopo tappa si ottiene un risultato, sia attività contemplative, cioè dove la gratificazione risiede nel momento stesso in cui l’attività è in corso di svolgimento. Nell’ottica della Psicologia Positiva, da intendersi non come semplicistica gioia sempre e comunque, ma come capacità di cogliere l’attimo, l’opportunità di evoluzione e la capacità di accogliere le avversità, possiamo dedicare una quota dei nostri pensieri al versante che rappresenta i nostri cambiamenti in meglio, in ciò che facciamo e nella sensibilità che stiamo osservando mutare.

Saranno argomenti utili anche in futuro, per tornare formalmente come prima, ma nella sostanza migliorati.  È quanto succede successivamente alle crisi, in cui recitando da attori ci si guadagna l’evoluzione, certo con la consapevolezza del caro prezzo elargito, e col rispetto di chi ne ha elargito più di noi. Non sarà più scontato vedersi liberamente, progettare, essere in salute.


Autore:

Andrea Crocetti, Psicologo e Psicoterapeuta, Specialista in psicoterapia cognitivo e comportamentale. Collabora con Del Bo Tecnologia per l’ascolto occupandosi degli aspetti psicologici clinici delle persone con acufene. Sul tema ha pubblicato articoli scientifici presso riviste internazionali. Svolge attività di psicoterapia, è membro dell’Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva, della Società Italiana di Psicologia Positiva. Docente a contratto Humanitas University.


Credit foto di copertina: prostooleh – it.freepik.com


Che relazione c’è tra mal di testa e acufene? Uno studio condotto a Taiwan

Recenti ricerche condotte a Taiwan suggeriscono che i pazienti che soffrono di mal di testa non emicranici hanno un rischio significativamente maggiore di sviluppare acufene, perdita dell’udito neurosensoriale e sordità improvvisa rispetto a quelli senza mal di testa cronico.

È necessario innanzitutto un chiarimento sui termini. Per cefalea si intende in generale qualsiasi tipo di mal di testa che può essere di vario tipo a seconda della durata, dell’intensità del dolore e della regione della testa interessata. L’emicrania è un tipo di cefalea che colpisce solo una parte del cranio, generalmente il lobo frontale, temporale od orbitale, presentandosi con un dolore pulsante che aumenta se si fanno movimenti bruschi.

La relazione tra cefalea e acufene o compromissione dell’udito è stata descritta in differenti studi che suggeriscono come l’emicrania aumenta il rischio di acufene, compromissione dell’udito neurosensoriale e/o improvvisa sordità. Tuttavia, non è noto se anche i mal di testa non emicranici aumentino tali rischi. Questo studio pubblicato sulla rivista, PLoS One forse colma una lacuna lasciata da ricerche precedenti.

La ricerca ha utilizzato i dati sulle richieste di risarcimento nel database delle assicurazioni sanitarie di Taiwan. A Taiwan, così come negli Stati Uniti, è obbligatoria un’Assicurazione Sanitaria Nazionale (National Health Insurance – NHI) con una copertura del 99% della popolazione. Il relativo database contiene informazioni mediche complete per tutti i residenti di Taiwan e utilizza i codici per classificare le malattie. Il database è stato rilasciato dal National Health Research Institute nel 2016 ed è liberamente accessibile per la ricerca accademica.

Il campione analizzato era composto da 43.294 pazienti con cefalea non emicranica e 173.176 pazienti senza mal di testa. I pazienti sono stati monitorati dalla data di inserimento nel database (1 gennaio 1996) alla prima diagnosi di acufene, compromissione dell’udito neurosensoriale, sordità improvvisa o morte. Negli altri casi fino alla fine del 2012.

Presi insieme ai risultati di studi precedenti, i risultati dello studio suggeriscono che il mal di testa non emicranico è associato a un aumentato rischio di acufene, perdita uditiva neurosensoriale e sordità improvvisa. Pertanto, i medici dovrebbero prestare molta attenzione anche alla presenza del mal di testa quando si prendono cura di pazienti con acufene e problemi di udito.


Fonti:


Credit Immagine: Annata foto creata da jcomp – it.freepik.com

L’acufene peggiora con l’aumentare della perdita dell’udito?

“I nostri risultati suggeriscono che c’è una debole relazione tra l’aumento della sordità e l’aumento del dell’acufene percepito”, scrivono Hashir Aazh e Richard Salvi, nel loro recente studio pubblicato sul Journal of the American Academy of Audiology che mostra solo una leggera associazione tra volume dell’acufene e perdita dell’udito.

Quando i pazienti chiedono a un audiologo o a un audioprotesista se il loro acufene peggiorerà man mano che la loro perdita dell’udito progredisce, quale risposta ricevono di solito? La maggior parte dei professionisti  rassicurerà il paziente dicendo loro che, sebbene sia possibile che ciò accada, generalmente non è un problema che hanno osservato nella loro pratica. Ora c’è un supporto scientifico per sostenere questa risposta.

Un articolo pubblicato nell’edizione di settembre 2019 del Journal of American Academy of Audiology di Hashir Aazh e Richard Salvi mostra che la relazione tra aumento della sordità e aumento dell’acufene è debole.

I ricercatori hanno esaminato un campione di 445 pazienti presso la clinica specialistica per la terapia dell’acufene e dell’iperacusia a Guildford, nel Regno Unito, esaminati con questionari audiologici. I pazienti sono stati osservati dal 2013 al 2016. Avevano un’età media di 54,4 anni, con una divisione uniforme tra uomini (49%) e donne (51%). I questionari soggettivi sottoposti ai pazienti includevano diversi test comunemente utilizzati per la valutazione dell’acufene, tra cui:

  • la scala visuo-analogica del dolore (VAS), strumento di misurazione delle caratteristiche soggettive del dolore
  • il Tinnitus Handicap Inventory (THI) questionario soggettivo per misurare il livello di disagio dell’acufene
  • il questionario sull’iperacusia (HQ)
  • la scala dell’ansia e della depressione ospedaliera (HADS)
  • l’indice di gravità dell’insonnia (ISI).

Nel campione analizzato:

  • il 12% aveva un handicap causato da acufene nullo
  • il 32% presentava un lieve handicap da acufene
  • il 24% un handicap moderato
  • il 33% un grave handicap da acufene

Sulla base dei risultati audiometrici per l’orecchio migliore:

  • il 66% dei pazienti con acufene non presentava perdita dell’udito
  • il 29% presentava una lieve perdita dell’udito
  • 5% aveva una perdita dell’udito moderata.

Per l’orecchio peggiore:

  • il 49% dei pazienti non presentava perdita dell’udito
  • il 36% aveva una perdita lieve;
  • il 13% aveva una perdita moderata;
  • lo 0,6% aveva una perdita uditiva grave;
  • lo 0,9% aveva una perdita uditiva profonda.

“La relazione tra aumento della sordità e aumento dell’acufene è molto debole e il modello lineare spiega che solo il 4% del campione analizzato rivela una variazione del volume dell’acufene, suggerendo che fattori diversi dalla gravità della perdita dell’udito possono contribuire la percezione dell’aumento del volume dell’acufene”, scrivono gli autori.

Tuttavia, sono state osservate correlazioni tra la gravità dell’acufene e le altre variabili misurate nei questionari. Questi includevano:

  • sulla base del punteggio del questionario sull’iperacusia (HQ), il 32% ha sperimentato iperacusia (insolita sensibilità ai rumori e avversione a suoni più forti) di cui il 4% diagnosticato ha riferito una  grave iperacusia.
  • sulla base del questionario sull’insonnia (ISI) il 31% non ha riferito insonnia, il 29,5% ha avuto insonnia lieve, mentre il 27,5% e il 12% hanno avuto insonnia moderata o grave rispettivamente.
  • il volume dell’acufene è più fortemente correlato con il disagio che l’acufene provoca nella vita quotidiana, rispetto alla perdita dell’udito.

Gli autori ipotizzano che la debole associazione tra perdita dell’udito e gravità dell’acufene potrebbe essere spiegata da un aumento dell’attività spontanea all’interno del sistema nervoso centrale (SNC) dopo un danno cocleare, come citato in altri studi. Tuttavia, gli autori notano anche che la debole correlazione “potrebbe essere dovuta al fatto che le misurazioni non catturano accuratamente alcune forme di patologia cocleare che possono scatenare l’acufene”. Ad esempio, è possibile che alcune forme di acufene possano derivare da cellule ciliate interne danneggiate o sinapsi afferenti, ma questi tipi di danni cocleari spesso non vengono rilevati in un audiogramma (ad es. sinaptopatia cocleare o “perdita dell’udito nascosta”).

I dottori Aazh e Salvi concludono: “I pazienti con acufene spesso chiedono se il volume del loro acufene aumenterà se l’udito peggiora. I nostri risultati suggeriscono che l’acufene probabilmente diventerà più forte, ma non di molto”. Lo studio però non includeva misure psicoacustiche del volume dell’acufene che potrebbero essere utili per ulteriori approfondimenti.


Gli autori dello studio:

  • Il dott. Aazh è a capo della Clinica per specialisti in terapia dell’acufene e dell’iperacusia presso il Royal Surrey County Hospital della Fondazione NHS Trust di Guildford, Regno Unito.
  • Il dott. Salvi è cofondatore e direttore del Center for Hearing and Seaness presso l’Università di Buffalo.

Fonte: hearingreview

Misurare lo stress causato dall’acufene. Il metodo del cortisolo

Il dottor Jackson, professore associato di psicologia presso la Trinity University di Leeds, in Inghilterra, ha condotto uno studio pilota per misurare la concentrazione del cortisolo nelle persone affette da acufene. Il suo studio, effettuato su campioni di saliva prelevati al mattino, ha dimostrato che le persone con un alto livello di sofferenza causato dall’acufene hanno anche un andamento piatto dei livelli di cortisolo durante il giorno. Questo potrebbe aprire la strada allo sviluppo di nuove metodologie per lo studio e la cura dell’acufene.

Cos’è il cortisolo e come si produce

In una condizione di stress, l’amigdala invia un segnale all’ipotalamo, il quale attiva il Sistema Nervoso Simpatico che determina il rilascio di catecolamine, come l’adrenalina, da parte della componente midollare del surrene. Questa risposta determina un immediato aumento della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca, della sudorazione, della frequenza respiratoria e dei livelli di glucosio nel sangue. Se il corpo continua a percepire lo stimolo stressante come una minaccia, l’ipotalamo attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con il conseguente rilascio di cortisolo da parte della zona fascicolata della componente corticale del surrene, che consente al corpo di mantenere un elevato stato di allerta.

Il cortisolo svolge, pertanto, un’importante funzione di controllo della risposta adattativa allo stress, regolando i livelli ematici di glucosio, le risposte infiammatorie e la pressione sanguigna.

Lo studio del dott. Jackson

Il dott. Jackson ha affermato che “il momento del risveglio è quello in cui si secernono le più alte concentrazioni di ormoni dello stress, in particolare di cortisolo, per la preoccupazione del giorno che si ha di fronte, e volevo studiare il meccanismo che lo produce.”

“In generale, il cortisolo viene secreto al risveglio e raggiunge il picco dopo circa 40 minuti. I livelli poi ridiscendono durante il giorno e sono quasi nulli a mezzanotte, quando ci si addormenta e si è totalmente scarichi di energia. L’andamento del cortisolo diurno può fornire importanti indicazioni sullo stato di stress di un individuo. Se si secerne troppo cortisolo già al mattino questo è indicazione di un forte stato di stress, ma se al contrario il livello di cortisolo è troppo basso significa che si è già raggiunta la fase di ‘burnout’, vale a dire che si è ansiosi/ stressati da così tanto tempo che il corpo ha “chiuso il rubinetto” per un meccanismo di protezione. Avere alti livelli di cortisolo nel sistema per troppo tempo è, infatti, molto dannoso.”

Alti livelli di cortisolo, per prima cosa, possono indicare condizioni come l’anoressia o il disordine ossessivo-compulsivo, e livelli bassi possono indicare patologie come la depressione, il dolore cronico e la sindrome da affaticamento cronico.”

La mia ricerca ha esaminato l’effetto dell’acufene sull’andamento mattutino del cortisolo e ho ipotizzato che avrebbe avuto caratteristiche in comune con condizioni come il dolore cronico. È stato un piccolo studio ma posso concludere che i soggetti affetti da acufene con gravi difficoltà hanno una curva piatta del ciclo diurno del cortisolo. In questi pazienti, incapaci di rilassarsi, sottoposti a forti stress emotivi, l’organismo ha bloccato la produzione di cortisolo. Ciò suggerisce alcuni elementi importanti. In primo luogo, che l’acufene cronico ha effetti fisiologici reali, in secondo luogo, che se possiamo misurare il disagio, possiamo anche misurare l’efficacia di qualsiasi terapia.”

Il dott. Jackson ha infine aggiunto: “Sono entusiasta di ciò che abbiamo scoperto. Essere in grado di distinguere tra gli individui più in difficoltà e quelli che si sono adattati in modo più efficace o che hanno imparato a convivere con l’acufene sarebbe un grande vantaggio. Possiamo dividere le persone in due gruppi e avere una misura obiettiva e fisiologica del fatto che una terapia abbia funzionato e abbia anche aumentato il benessere.”

“L’evidenza di un cambiamento fisiologico fa sì che l’acufene sia qualcosa di più di un semplice fastidio. È presto, però, per trarre delle conclusioni, a causa delle dimensioni ridotte del mio studio. È necessario un finanziamento per uno studio molto più ampio in grado di replicare questi risultati in un campione più esteso.”


Fonti:
asha.org
tinnitus.org.uk

Bloccare la neuroinfiammazione per spegnere l’acufene

La perdita dell’udito è uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza di acufene, iperacusia e disturbi dell’elaborazione uditiva centrale. Uno studio dell’Università dell’Arizona condotto dal prof. Shaowen Bao ha esaminato la neuroinfiammazione che caratterizza la corteccia uditiva dei roditori con perdita uditiva indotta da rumore, e il suo possibile ruolo nella comparsa dell’acufene. I risultati dello studio indicano che curare la neuroinfiammazione induce risultati positivi sulla percezione dell’acufene.

Uno studio dell’università dell’Arizona

Shaowen Bao, professore associato di fisiologia presso il College of Medicine dell’Università dell’Arizona a Tucson, e i suoi colleghi stanno sperimentando nuovi trattamenti per l’acufene, aventi come target l’infiammazione cerebrale.

La neuroinfiammazione è la risposta del sistema nervoso centrale a insulti esterni e interni, come infezioni, lesioni, malattie, attività neuronale anomala. L’ascolto di rumori forti nel tempo può danneggiare permanentemente l’udito. Studi recenti indicano che la perdita dell’udito indotta da rumore provoca infiammazione lungo le vie uditive centrali. Bao e i suoi colleghi hanno esaminato la neuroinfiammazione nella corteccia uditiva del cervello come conseguenza della perdita dell’udito indotta da rumore e il ruolo che essa svolge nell’acufene.

La loro ricerca ha mostrato che i topi con perdita dell’udito indotta da rumore (in anestesia) avevano livelli elevati di molecole chiamate citochine proinfiammatorie e l’attivazione di cellule non neuronali chiamate microglia, due caratteristiche distintive delle risposte neuroinfiammatorie, nella corteccia uditiva primaria nel cervello. La microglia svolge un importante ruolo nello sviluppo, nella maturazione, nella plasticità e nell’invecchiamento dei neuroni. Le citochine proinfiammatorie modulano, inoltre, funzioni neuronali come la trasmissione sinaptica, la plasticità e l’eccitabilità di membrana.

La ricerca ha anche dimostrato che il fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-α), una citochina coinvolta nell’infiammazione sistemica, è necessario per l’insorgenza di neuroinfiammazione indotta da rumore. Diversi tipi di cellule del sistema nervoso centrale possono sintetizzare il TNF-α, tra cui la microglia, i neuroni e gli astrociti. Quando i ricercatori hanno usato un farmaco per bloccare il TNF-α, i topi non hanno più mostrato segni di acufene.

Bao ha iniziato a esaminare il ruolo del TNF-α nell’acufene già nel 2011, presso l’Università della California a Berkley. “Le cause dell’acufene sono molteplici, ma poiché sono coinvolti molti fattori in parallelo, potremmo bloccarne uno, ma poi dovremmo bloccarne un altro, quindi un altro ancora“, ha detto Bao. “La neuroinfiammazione sembra essere coinvolta in molti di questi fattori. Speriamo che il blocco della neuroinfiammazione ci dia maggiori possibilità di bloccarli tutti, eliminando così l’acufene.

I risultati suggeriscono che la neuroinfiammazione può essere un bersaglio terapeutico per il trattamento dell’acufene e di altri disturbi correlati alla perdita dell’udito. “Abbiamo ancora molto lavoro da fare per confermare il meccanismo collegato all’insorgenza dell’acufene e determinare se i risultati siano trasferibili anche agli esseri umani“, ha dichiarato Bao. “Sebbene promettente, abbiamo ancora molta strada da fare dalla ricerca alla cura definitiva.”


Fonti:
plos.org
uanews.arizona.edu

La neurostimolazione per la cura dell’acufene

La neuromodulazione è una terapia per l’acufene ancora in fase di sperimentazione che consiste nella stimolazione nervosa del cervello per modificare la percezione dell’acufene.

Le sperimentazioni condotte finora hanno preso in esame diverse metodologie: 

  • la stimolazione magnetica transcranica (TMS Transcranial Magnetic Stimulation), che consiste nella stimolazione della corteccia cerebrale attraverso l’applicazione di un campo magnetico, al fine di indurre delle modificazioni a livello delle aree attivate dall’acufene. Si tratta di una terapia indolore e non invasiva, che si è rivelata utile soprattutto in pazienti affetti da patologie neuro-psichiatriche, in particolar modo in alcune forme di depressione cronica;
  • la stimolazione in corrente continua, che si effettua posizionando due elettrodi sul cranio che generano una scarica elettrica a bassa intensità che attraversa il cervello. I risultati di questa metodologia sono limitati e non consentono di verificarne la sua validità;
  • la stimolazione del nervo vago tramite l’impianto di elettrodi nel cranio. Questa tecnica ha lo svantaggio di essere estremamente invasiva, poiché prevede un intervento di neurochirurgia al cervello. La scarsità di dati registrati non permette, inoltre, di verificarne la sua efficacia.

Di recente l’azienda irlandese Neuromod ha messo a punto uno strumento bimodale che combina la stimolazione elettrica, attraverso un elettrodo che eroga corrente a bassa intensità da appoggiare sulla lingua, a una stimolazione acustica attraverso cuffie che trasmettono suoni a varie intensità. L’associazione delle due stimolazioni, che devono essere effettuate dai 30 ai 60 minuti ogni giorno, per un periodo di almeno 10 settimane, sembrerebbe dare risultati positivi in termini di riduzione del disagio provocato dell’acufene.

Va però specificato che la metodologia è di fatto ancora in via di sperimentazione. Neuromod ha portato i primi risultati in agosto al Congresso Mondiale IAPL a Taipei presentati dal prof. Berthold Langguth, del Dipartimento di Psichiatria e Psicoterapia dell’Università di Ratisbona.

I pazienti presi in esame avevano un’età compresa tra 18 e 70 anni, soffrivano di acufene cronico da almeno 3 mesi e fino a 5 anni e con un punteggio THI variabile da 26 a 76. Il THI (Tinnitus Handicap Inventory) è un questionario soggettivo utilizzato per misurare il livello di disagio che l’acufene provoca nella vita quotidiana. Punteggi da 38 a 76 rivelano un grado di acufene da moderato a severo (terzo e quarto grado) con elevata dose di stress.

I risultati dopo dodici mesi dall’inizio del trattamento hanno riportato una diminuzione tra i 7 e 15 punti del questionario THI. I pazienti sottoposti a sperimentazione sono stati invitati a compilare i questionari prima e dopo la terapia. Al termine del percorso hanno rivelato una diminuzione del disagio provocato dall’acufene, anche se di lieve entità. La comunità scientifica internazionale ritiene, infatti, che una terapia efficace per l’acufene dovrebbe portare a una diminuzione di almeno 20 punti del questionario THI, risultati raggiunti, ad esempio, dalla terapia TRT.

La terapia di Neuromod ha il vantaggio di essere una tecnica non invasiva, ma presenta alcuni limiti: è a oggi disponibile solo in Irlanda, i costi del dispositivo (elettrodo e cuffie) sono ancora abbastanza elevati, ci sono pochissimi studi in letteratura e non si conoscono i risultati nel lungo periodo di osservazione.


Approfondimenti >> Bi-modal stimulation in the treatment of tinnitus: a study protocol for an exploratory trial to optimise stimulation parameters and patient subtyping

Le 10 cose da fare non appena compare l’acufene

1. Non aspettare

Non appena vi accorgete che qualcosa non va, quando percepite uno strano ronzio, un fischio nell’orecchio che prima non sentivate il consiglio è quello di consultare immediatamente uno specialista in acufeni. Prima si agisce, prima si ha la possibilità di trovare una terapia adatta ad attenuare o risolvere l’acufene. Non bisogna invece allarmarsi se si avverte un leggero fischio nell’orecchio quando si è in totale silenzio, ad esempio di notte o in ambienti particolarmente silenziosi.

Il 92% di persone giovani e con udito perfetto, se poste in una stanza isolata acusticamente, ha modo di sentire il suono tipico dell’acufene. Ognuno nel silenzio può rilevare l’attività elettrica del cervello. Questo fenomeno è del tutto normale e non deve destare preoccupazione.

2. Non cercare la soluzione su internet

Il primo impulso quando si ha un dolore anomalo, mai sentito prima, è quello di cercare una soluzione su Internet. Se questo è sconsigliato in generale per qualsiasi patologia, lo è ancora di più per l’acufene. In rete si trovano, da un lato, testimonianze disperate sull’incurabilità dell’acufene e dall’altro sedicenti guaritori che propongono rimedi inefficaci o addirittura dannosi dall’olio bio all’amaro svedese.

3. Consultare uno specialista in acufene

Il consiglio è sempre quello di rivolgersi a un centro specializzato nella cura dell’acufene. Non ne esistono molti sul territorio nazionale, ma senza dubbio sono le strutture più preparate per poter affrontare con competenza il problema.

La struttura adatta va scelta in base agli anni di esperienza nella cura dell’acufene e al team multidisciplinare che la compone, che deve comprendere medici audiologi, otorinolaringoiatri, audiometristi, audioprotesisti e anche psicoterapeuti. Solo una struttura con esperienza è in grado di trattare con professionalità il paziente, partendo da una visita approfondita che non prevede solo esami di routine, eseguibili in qualsiasi studio otorinolaringoiatrico, ma deve essere completata da indagini specifiche come audiometria tonale ad alta frequenza, acufenometria, timpanometria, studio del riflesso stapediale, otoemissioni acustiche ad alta definizione oltre ad eventuali approfondimenti diagnostici prescritti in fase di visita audiologica.

4. Non spaventarsi

Un fischio all’interno della propria testa, inascoltabile dalle persone che vi circondano è interpretato spesso con un segnale di pericolo, sintomo di malattia grave. È spesso qualcosa di inspiegabile, di poco conosciuto e il paziente affetto da acufene viene assalito da un senso di ansia e grave preoccupazione. È invece importante cercare di non allarmarsi, mantenere uno stato di calma per non aumentare l’ansia che potrebbe ulteriormente accrescere la percezione dell’acufene. Rivolgersi immediatamente a uno specialista può essere utile per comprendere il problema e procedere a una terapia.

5. Cercare la causa

Cercare di ricordarsi i fatti non appena si percepisce un suono diverso dal solito, può essere importante. Ricordarsi cosa è successo il giorno prima, se ci sono stati dei cambiamenti nello stile di vita, nelle abitudini, se è successo un fatto traumatico, sono tasselli importanti per risalire alla causa scatenante dell’acufene. Queste sono informazioni utili da trasferire allo specialista nel corso della prima visita audiologica.

5. Non ricorrere a cure fai da te

Non esistono farmaci per la cura dell’acufene e anche la medicina alternativa e gli integratori non forniscono soluzioni risolutive. È quindi inutile tentare soluzioni farmacologiche, senza prescrizione medica con il rischio di assumere sostanze dannose per il proprio organismo. In caso di presenza di stati si ansia o di depressione associati all’acufene è bene rivolgersi ad uno specialista, psicologo psicoterapeuta.

7. Seguire uno stile di vita sano

Se uno stile di vita sano è in generale consigliato per il benessere psicofisico dell’organismo, lo è maggiormente per chi soffre di acufene. Seguire una dieta sana, ricca di frutta e verdura, ridurre il consumo di sale e mantenere un buono stato di idratazione non farà scomparire l’acufene, ma potrebbe aiutare a tenerlo sotto controllo.

8. Ridurre ansia e stress

Ansia e stress sono spesso associati all’acufene, in un circolo vizioso che porta all’acutizzarsi del sintomo. Cercare di mantenerli sotto controllo anche con tecniche varie di meditazione e rilassamento può giovare alla riduzione della percezione dell’acufene.

9. Non fare esami inutili

Si pensa spesso che l’acufene sia sintomo di una malattia grave, perciò si tende a fare qualsiasi esame alla ricerca della causa. Soltanto uno specialista, con comprovata esperienza nella cura dell’acufene, dopo un’accurata visita consiglia gli esami necessari, evitando di sottoporre il paziente ad esami costosi e magari invasivi.

10. Non pensare che l’acufene sia incurabile

Quando si dice acufene, si dice anche che non esiste una cura. Se è vero che ad oggi non esiste una cura farmacologica per farlo scomparire, esistono efficaci terapie che possono annullare o ridurre considerevolmente la percezione dell’acufene. Innanzitutto va identificata la causa con una visita specialistica a seguito della quale viene prescritta una terapia. La più accredita a livello internazionale è ad oggi la TRT (Tinnitus Retraing Therapy) ovvero un percorso che attraverso l’erogazione di suoni bianchi porta il cervello a riabituarsi all’acufene fino a considerarlo un suono neutro e dunque non degno di attenzione.

La terapia dura alcuni mesi ed è affiancata da un counseling psicologico che aiuta ad affrontare l’acufene. La TRT ha una percentuale di successo nell’80% dei casi, comprovata da studi medico-scientifici a livello internazionale.

Gli esami per l’acufene: come si svolge una visita completa

L’acufene è un sintomo che affligge circa il 15% della popolazione e i casi sono in costante aumento. È il cosiddetto suono fantasma cioè non legato a una percezione esterna reale. Può essere molto invasivo e disturbare notevolmente la qualità di vita delle persone che ne soffrono. L’acufene è pertanto un sintomo molto complesso che, per essere inquadrato in un modo corretto, necessita di una visita approfondita, corredata da esami diagnostici molto raffinati.

Il percorso diagnostico inizia con l’anamnesi, cioè l’ascolto del paziente e della sua storia clinica. È importante porre attenzione alla sofferenza del paziente e alle implicazioni che l’acufene ha nelle attività quotidiane. È necessario indagare quando e in che modo l’acufene è insorto e in quali casi si acutizza. Completa l’analisi un quadro generale della salute del paziente. L’acufene è infatti un sintomo con causa multifattoriale ed è dunque necessario chiarire la condizione di benessere nella sua complessità e non solo negli aspetti uditivi.

La visita prosegue con test diagnostici uditivi molto raffinati poiché bisogna indagare la funzionalità del sistema uditivo nella sua totalità. Gli esami audiometrici comprendono l’audiometria tonale fino alle alte frequenze, l’acufenometria, la timpanometria, lo studio del riflesso stapediale e le otoemissioni acustiche. A seconda delle esigenze personali del paziente possono essere indagati i potenziali evocati uditivi o altri test audiologici ancora più approfonditi.

Audiometria tonale

È un esame molto semplice che serve per valutare la capacità uditiva del paziente. Viene eseguito in camera silente per mezzo di uno strumento chiamato audiometro. Al paziente viene chiesto di indossare delle cuffie. Attraverso l’audiometro vengono erogati dei suoni puri per ciascun orecchio di differenti tonalità partendo da volume pari a zero e andando ad aumentare gradatamente. Non appena il paziente percepisce il suono erogato lo segnala all’audiometrista che riporta il valore corrispondente per tonalità e intensità su un diagramma.

Acufenometria

È un esame diagnostico che serve a comprendere la tonalità dell’acufene percepito, cioè se si attesta sui toni più alti o su quelli più gravi. Al paziente viene fatta indossare una cuffia e attraverso l’audiometro vengono erogati suoni puri di diverse tonalità e viene chiesto al paziente di segnalare quando questi suoni coprono il rumore dell’acufene. L’esame serve per valutare l’intensità e la frequenza dell’acufene e per identificarne il pitch, cioè il valore massimo.

Timpanometria

È un esame obiettivo, utilizzato per testare la condizione dell’orecchio medio. Avviene creando variazioni di pressione nel canale auricolare. Il test viene eseguito inserendo una sonda nel canale uditivo. Lo strumento cambia la pressione nell’orecchio, genera un tono puro e misura la risposta del timpano al suono a differenti pressioni. Questo produce una serie di misurazioni che vengono trascritte nel timpanogramma.

Studio del riflesso stapediale

È un esame che serve a valutare il riflesso dello stapedio, piccolissimo muscolo della staffa, situato nell’orecchio medio. Il muscolo in assenza di patologie si contrae normalmente in risposta a suoni di intensità elevata. È un esame oggettivo che non richiede la collaborazione del paziente. Si esegue facendo indossare una cuffia attraverso la quale vengono erogati suoni soprasoglia, non dannosi per l’orecchio, ma che permettono di valutare se il riflesso stapediale è nella norma o se denota patologie.

Otoemissioni acustiche 

L’esame serve a verificare la funzionalità dell’orecchio interno. È anche questo un esame oggettivo indolore che si esegue con una piccola sonda inserita nel condotto uditivo. La sonda emette suoni che raggiungono le cellule ciliate, situate nell’orecchio interno. Le risposte vengono registrate tramite un apposito strumento e valutate dall’audiometrista.

Una visita completa ha l’obiettivo di inquadrare ogni singolo paziente e le cause scatenanti. L’acufene è un sintomo complesso con una storia differente da persona a persona. È importante conoscerne le caratteristiche peculiari per studiare un trattamento personalizzato specifico per ogni singolo caso clinico.

Otorinolaringoiatra o audiologo? Quale medico scegliere per la cura dell’acufene?

L’orecchio è un organo estremamente complesso e delicato. Oltre a svolgere la funzione uditiva, è anche la sede dell’equilibrio del corpo umano. Per la sua salute è bene seguire uno stile di vita sano ed equilibrato, perché l’orecchio è particolarmente sensibile ai cambiamenti metabolici del nostro organismo.

Ma oltre a questo è bene mettere in atto buone pratiche per la protezione dell’udito, come evitare di esporsi a rumori troppo forti e prolungati, evitare di ascoltare la musica in cuffia ad alto volume e proteggersi quando si è costretti a frequentare ambienti lavorativi particolarmente rumorosi. Oltre gli 80/90 decibel, pari al rumore del traffico intenso di una città, l’orecchio comincia a percepire fastidio, mentre la soglia del dolore si aggira attorno ai 120 decibel, pari alla musica da discoteca. È dunque bene fare attenzione a non esporsi a questi rumori per evitare danni permanenti all’udito.

Ma se nonostante le buone pratiche il nostro orecchio si ammala a chi ci dobbiamo rivolgere? Le malattie dell’orecchio possono riguardare gli aspetti flogistici come otite o mastoidite, oppure gli aspetti legati all’equilibrio, come la labirintite o ancora gli aspetti legati alla percezione del suono come sordità o acufene. Sono dunque diverse le figure professionali che si possono prendere cura dell’orecchio nei suoi diversi aspetti.

L’otorinolaringoiatra

L’otorinolaringoiatra si occupa di prevenzione, diagnosi e terapia dell’orecchio, del naso e della gola. Cura sia l’orecchio nella sua fisiologia e fisiopatologia e si interessa anche del trattamento della tiroide e paratiroidi, delle tonsille, della bocca, lingua e ghiandole salivari.

Nonostante le diverse parti possano sembrare poco correlate, è comune che siano affette congiuntamente da uno stesso processo patologico, ragione per cui vengono trattate da un unico specialista. L’otorinolaringoiatra è anche il medico di riferimento del distretto cervico-facciale e del basicranio.

In generale ci si rivolge dunque all’otorinolaringoiatra quando si è in presenza di una malattia dell’orecchio come le otiti, la mastoidite o in presenza di occlusioni.

L’audiologo

L’audiologo è invece lo specialista dell’orecchio. La sua specializzazione gli conferisce una competenza più mirata alla diagnosi e alla terapia medica e chirurgica dell’orecchio in tutte le sue parti.

I pazienti si rivolgono  a un audiologo, quando cercano uno specialista in grado di dare risposte a patologie specifiche quali sordità, adulta e infantile, acufene, labirintite, sindrome di Ménière o quando ricercano un medico per operazioni di microchirugia dell’orecchio.

L’audiologo si occupa infatti dei disturbi dell’apparato uditivo e vestibolare, della fisiopatologia della comunicazione umana, della diagnosi, trattamento medico-riabilitativo e protesico e dei problemi legati all’udito. Il medico audiologo è spesso coadiuvato da tecnici laureati. L’audiometrista che si occupa di effettuare gli esami audiometrici al paziente e l’audioprotesista che consiglia gli apparecchi acustici adeguati alle esigenze specifiche e ne cura la personalizzazione e l’adattamento.

Dunque in presenza di sordità parziale o totale o in presenza di altri disturbi uditivi lo specialista di riferimento è l’audiologo. Attraverso un colloquio approfondito con il paziente e attraverso l’analisi di esami audiometrici specifici è in grado di fornire diagnosi e terapie accurate per ogni singolo caso.

In particolare, in presenza di acufene, il fischio ‘fantasma’ che affligge il 15% della popolazione mondiale, il consiglio è sempre quello di rivolgersi a medici specialisti che abbiano una comprovata esperienza nella terapia di questo sintomo, troppo spesso sottovalutato e troppo spesso dichiarato ancora oggi incurabile.

La terapia per l’acufene esiste e il medico audiologo, dopo un accurata diagnosi fatta di numerosi esami audiometrici ottimizzati per l’acufene, è in grado di individuarne le cause e consigliare una terapia adeguata.